Rothko a Firenze fino al 23 agosto 2026

Mag 14, 2026 | Cultura, Blog, News

Tempo lettura: 5 minuti

Di Susanna Schivardi

Dal 14 marzo al 23 agosto 2026, la Fondazione Palazzo Strozzi presenta una delle più importanti mostre mai dedicate a Mark Rothko (1903-1970), indiscusso maestro dell’arte moderna. A cura di Christopher Rothko, figlio dell’artista, ed Elena Geuna, Rothko a Firenze rappresenta un progetto unico, concepito appositamente per Palazzo Strozzi, per celebrare il legame speciale tra l’artista e Firenze. L’architettura del palazzo e la città stessa sono lo scenario ideale per esplorare come Rothko traduca in pittura la tensione tra misura classica e libertà espressiva, dando vita attraverso il colore a una nuova percezione dello spazio che oltrepassa la bidimensionalità della tela.

maurizio valeriani, direttore vinodabere

Rothko e l’arte italiana

 

Francesco Corsi

Le sezioni della mostra

Di intimo Rothko ha molto, la sua vita è parallela alla sua arte e senza le sue vicende esistenziali non ne capiremmo l’ispirazione e la tensione. Le sezioni della mostra sono dieci e seguono l’andamento delle sue diverse tappe artistiche. La prima fase dal 1936 al 1946, gli anni di New York, dove regnano forti le correnti artistiche dell’epoca, Rothko emerge ancora in parte figurativo, ritornano sulle tele le strutture architettoniche che lo aiutano a ricomporre uno stato d’animo già dismesso. Lo studio degli spazi e delle ombre e delle luci, in un gioco simmetrico sempre attento. Man mano le figura si sfocano, sempre meno raffigurativo, si scompone. Si arriva al Multiforms, le figure diventano macchie, Surrealismo e Dada si fanno sempre più sentire. Un vocabolario visivo a noi molto più vicino e per noi riconoscibile, le opere composte da rettangoli e quadrati di colore.

Nel periodo tra gli anni ’50 e i ’60 percorriamo la strada delle tinte accese, dai rossi e gialli magnetici, tele immense, densità cromatiche pazzesche, profondità indicibili. Rothko viene a contatto in questo periodo con Michelangelo e la Biblioteca Laurenziana, l’imponente scalinata, alternanza tra aperture e muri, spazi schiacciati, limiti strutturali e finestre in un ambiente unconventional. Sulla scorta di questa esperienza lavora ad altri murales, quelli del ristorante Four Seasons a New York, che gli ha commissionato un’opera monumentale in un luogo sofisticato e ultramoderno (frutto del genio di Mies van der Rohe). Un progetto mai portato a termine perché troppo intensa era stata l’esperienza con Michelangelo. Così diverso, così estraneo alla modernità. Rothko si rifiuta di cedere alle mode, agli accademismi, alle richieste. Si chiude in sé stesso, non cede all’oscenità del plauso pubblico. Non gli interessa.

 

 

maurizio valeriani, direttore vinodabere

Procedendo con il percorso della mostra, si passa attraverso la sala dei rossi pompeiani, la strada verso il trascendente è sempre più impervia. Il rosso che si mostra al pubblico è soprannaturale, inquieta, fa sobbalzare, non è sereno, non è rassicurante, è come un bagno nel sangue. Poi arrivano i blu e i verdi intensi con lo sfondo nero scurissimo, un’evoluzione del dolore, che si fa crosta, disincanto, assuefazione. Fino alla decima sala, che dopo i severi Black and Grey, ci restituisce del colore, un’ampiezza cromatica più vivida, felice quasi. Riaffiorano le tonalità pastello, il rosa, il celeste. Un cenno alla resurrezione, una sorta di fine espiazione, un inno alla speranza di riemergere dall’oscurità.

Mark Rothko, pseudonimo di Markus Rothkowitz, nasce nell’attuale Lettonia a Daugavpils, oggi Dvinsk, nel 1903 e muore suicida a New York nel 1970, all’apice del suo successo. Scappa con la famiglia mosso dalle persecuzioni antisemite, si stabilisce a New York, poi torna in Europa, viene folgorato dall’arte italiana e ritorna a New York dove si toglie la vita. La sua è un’attitudine alla pittura innata, da autodidatta, studia a Yale per un paio di anni poi stanco delle imposizioni accademiche, va via e sarà dopo molti anni che proprio dall’università che lo aveva emarginato riceverà la Laurea ad honorem. Inizia a dipingere per caso, accompagnando un suo amico a una lezione di nudo. Avrebbe esclamato “questo è quello che voglio fare nella vita!”. Magnifico esordio per un’anima sofferente, troppo introspettiva, troppo tesa verso il non detto, l’invisibile, le corde estreme del profondamente umano, oltre il quale l’abisso. Si era separato dalla sua seconda moglie a cui era molto affezionato e di sé pensava che forse sarebbero stati tutti meglio se lui si fosse tolto la vita. Quella sera, prima del suicidio, aveva organizzato un ricevimento, erano presenti molte persone ma lui non parlò con nessuno tranne una sua cara amica a cui rivolse un saluto a fine serata. Dopo di che si tagliò le vene e inghiottì un flacone di barbiturici.

 

maurizio valeriani, direttore vinodabere

Brevi conclusioni

L’impressione che ne può avere lo spettatore è un senso di spaesamento. L’iniziale fase figurativa del pittore si disintegra facilmente andando a cogliere l’essenziale in queste campiture di colore molto profonde. È necessario fermarsi a guardare i dipinti, immergendosi nelle pitture a olio, acrilico, con tecniche miste su vari supporti, fino a vederne le particelle quasi muoversi, come in un vortice. La visione dei quadri comporta una predisposizione d’animo che non è sempre immediata e risoluta, talvolta scomoda, perché si sente in quel fondo pittorico tutta l’angoscia che l’animo tormentato dell’artista deve aver riversato in quei dipinti. Arrivare alla mostra e sperare di viverla da rilassati è un ossimoro, perché quello che si coglie è un tormento sotteso che non cede mai il passo alla calma, alla quiete. Seppur composto in figure geometriche, la linea netta, definita dal colore, è pur sempre un viaggio interiore per immergersi in una catarsi estetica e spirituale. Non è da tutti ma a tutti si consiglia di farne esperienza, perché come diceva George Berbard Shaw “Si usa uno specchio di vetro per guardare il viso e si usano le opere d’arte per guardare la propria anima”.

Foto in parte originali in parte concesse da ufficio stampa

maurizio valeriani, direttore vinodabere

Mark Rothko

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